
In morte del fratello
di mia cognata

E’ morto,
se n’è andato d’un colpo,
mentre lavorava la terra,
con l’arteria femorale tranciata
dai cingoli rimasti in moto.
La vita gli si è disciolta
nel sangue uscito copioso
dalla ferale ferita.
La moglie disperata,
la madre e i fratelli
non si danno pace,
sembra tutto un sogno,
ma è un fatto vero.
Mai più potranno abbracciarlo,
mai più potranno parlarci;
solo il ricordo potrà farlo rivivere
nella memoria dei cari.
I ragazzini affranti
e ignari della tragedia
osservano il padre morto
con gli occhi su di lui fissi;
non si rendono ancora conto
di quello che è accaduto.
Ma quando chiuderanno di sera la porta
e per mesi e anni
non rivedranno più l’amato padre,
di sicuro saranno presi dalla scoramento
e malediranno quel 26 di Aprile 2009
e quella terra per la cui coltivazione
è deceduto lo sfortunato genitore.
In Chiesa il prete
quasi si è messo a piangere,
ha interrotto per lunghi secondi l’omelia;
anche a me sono uscite due lacrime,
lo conoscevo,
una persona integra e onesta,
un grande lavoratore,
attaccato alla famiglia e tutto per la famiglia.
Gesù è venuto per momenti come questi,
dice il prete,
per insegnarci che questa vita è un passaggio,
in quanto ci attende la vera vita,
quella eterna.
Bellissime parole,
che consolano l’animo
di chi lo ha amato e conosciuto,
ma a fine messa nella Chiesa quasi tutti piangono,
non si spiegano una morte così improvvisa,
e allora tra me e me mi faccio un esame di coscienza
e concludo in silenzio:
la vita è un sogno,
polvere,
nulla,
cenere al vento,
che dispare all’improvviso
quando meno te lo aspetti.
Il timore
di affermare
la verità

In disparte e soli,
mentre la discussione s’infiamma,
vorremmo dire qualcosa,
affermare il vero,
non sottostare
a quella tirannia della menzogna,
ma un peso ci opprime,
qualche colla potentissima
ci chiude la bocca,
mentre la tenebra
invade pian piano la sala
e nel contempo fuori
il sole sale alto nel cielo
divenendo splendente come non mai,
l’antitesi perfetta
della nostra paura
al cospetto della verità.
Questo è il destino umano,
questa è la nostra condanna:
quella di non trovare
il coraggio di vivere,
delle proprie idee,
la forza di svincolarci
da amicizie e parentele
magari sbagliate
o dettate da conformismi e tornaconti
che ci chiudono la bocca,
la via e il passaggio
verso un’altra dimensione dell’essere,
quella della sincerità a tutti i costi
che può includere anche il sacrificio,
il sacrificio della propria stessa vita.
Il Poeta
e l’aquila

Se fossi un’aquila
volerei nell’alto dei cieli
e nulla mi sfuggirebbe.
Se fossi un’aquila
mi armerei di coraggio e pazienza
e mi butterei a capofitto
per acciuffare più serpenti possibili.
Se fossi un’aquila
renderei il cielo limpido
da altri volatili rapaci.
Se fossi un’aquila vigilerei
sulla purezza dei monti e dei mari
affinchè nessuno possa inquinare.
Se fossi un’aquila farei come batman,
ripulirei il pianeta da tutti coloro
che lo hanno fatto diventare un letamaio.
Se fossi un’aquila proteggerei
i più devoti e indifesi
e non avrei pietà dei malfattori.
Se fossi un’aquila atterrerei
sulla cima del più alto albero della terra
e da lì governerei il mondo a modo mio.
Anno nuovo,
problemi vecchi
Il 2009 è arrivato
ma nulla è mutato,
i problemi del 2008 si è trascinato,
solo il numero è cambiato,
e se tutto pare rinnovato
è solo un abbaglio assicurato
dal calendario provocato.
Oceano
Oceano,
oceano grande e immacolato,
guardo le tue acque profonde
e un anelito mi sorge all’improvviso,
quello di immergermi
nel tuo incomparabile liquido
e sparire per sempre tra i tuoi flutti,
per assaporare il simbolo che rappresenti
e per scoprire la purezza azzurra
del tuo incommensurabile mistero.
Ma la vita è grama
e ci tocca affondare
in un bicchier d’acqua.
UNA MASSIMA
DI HENRY FIELDING SULL’INVIDIA
Il valore genera
l'invidia
nelle menti meschine
e l'emulazione
nelle anime grandi.
L’accusa
di esistere
Spulciando qua e là in un libro di massime, mi sono imbattuto in questa di un anonimo francese del trecento:
“Essere accusato di essere buono, essere accusato di essere sincero, essere accusato di fare il bene, essere accusato di essere un santo. Essere accusato di esistere…questo è il problema.
Ora mi rendo conto di dove può arrivare l’invidia quando supera gli argini di una sana umanità, e nell’altro scorge non il volto del proprio simile ma un nemico da abbattere senza ragione e senza pietà”.
IL NATALE DEI POVERI
E IL NATALE DEI MALVAGI
Discorrendo in un negozio di alimentari, dove il sottoscritto con alcuni avventori stavamo argomentando sul Natale povero che si prospetta a causa della crisi economica, all’improvviso un signore da poco entrato, una persona che conosco solo di vista, ad un certo punto si intromette e con un’affermazione davvero affilata pronunciò una frase che ebbe il potere di aprirmi gli occhi sulla malvagità umana:
“Signori” disse “qui il discorso economico c’entra fino ad un certo punto, il problema è invece un altro, la gente non avverte più il Natale e il simbolo profondo che questa ricorrenza rappresenta, in quanto gli uomini sono diventati di una malvagità unica da rasentare la mostruosità.
Questa e non altra è la ragione vera del perché il Natale non attira più, perché in molti si sono resi conto che l’uomo ha perso forse per sempre la sua umanità e nel prossimo non intravede più il suo simile, sebbene un nemico da abbattere senza pietà.
In una situazione del genere, che senso ha più questa Festa insieme religiosa e profana?
E’ evidente quindi che la povertà non può spiegare da sola la caduta verticale dell’attesa del Santo Natale, perché si può e si potrebbe lo stesso festeggiare con molta gioia e con pochi spiccioli se solo ci fosse un po’ di pietà vicendevole tra gli uomini, ma che questo non si verifichi più, persino i morti lo sanno”.



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Sono uno studioso e un filosofo e m'interesso di misteri sociali e storici.
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Il blog che affronta argomenti sociali e culturali misteriosi, segreti e inquietanti.
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